Dal giornale “Puls Osetij”. Ottobre 2005. Traduzione e note di Alessandra Rognoni.

Il primo settembre 2004,  alle 9 di mattina circa, mentre nel cortile della scuola numero 1di Beslan si svolgeva la manifestazione per l’inaugurazione dell’anno scolastico, alcune decine di terroristi armati hanno preso in ostaggio praticamente tutti coloro che si trovavano in quel momento nella scuola: più di 1200 persone, nella maggior parte bambini, donne e anziani. Il sequestro e la divisione degli ostaggi nella palestra e nelle altre stanze della scuola si svolse in circa 25-30 minuti. Contemporaneamente i terroristi  iniziarono a minare la scuola. Allora si sono avute le prime vittime: 2 morti e 7 feriti.

Che nella scuola stesse succedendo qualcosa di strano gli abitanti delle case vicine se ne accorsero praticamente subito, ma nessuno poteva immaginarsi esattamente cosa e di che portata. I bambini che erano riusciti  subito a scappare dal cortile della scuola non riuscirono a chiarire di molto la situazione. Si trovavano tutti in uno stato confusionale, compresi i poliziotti distrettuali che si trovavano a poche centinaia di metri dalla scuola numero 1.

Da Vladikavkaz arrivò in poco tempo il Presidente della Repubblica Osseta, il capo del parlamento e del governo, e il capo delle forze dell’ordine. Dal lato della scuola proveniva una sparatoria incessante di mitra, di tanto in tanto venivano gettate granate nelle strade e nei cortili adiacenti.

All’inizio non c’erano informazioni riguardo le richieste dei sequestratori, nonostante i tentativi di mettersi in contatto con loro. Alla scuola, in particolare si erano diretti il Muftì della Repubblica Osseta, R. Valgasov, e il procuratore della provincia A. Bagatov. Senza permettergli di avvicinarsi alla scuola, i terroristi  dettarono i numeri di telefono attraverso le porte chiuse. Poco dopo  (attraverso l’ostaggio L. Mamitovu) fecero pervenire un biglietto con la richiesta che si recassero alla scuola Dzasochov, Zjazikov, Roshal, e in seguito fu fatto anche il nome di Aslakhanov.[1]

 Se fu  formato subito un centro operativo, resta ancora una domanda senza risposta. Il giornale “Severnaja Osetja”, il secondo giorno dell’attentato, scrisse che era stato formato un centro operativo con a capo il presidente della Repubblica osseta Dzasochov. Tuttavia lo stesso Dzasochov  in seguito negò che  già dal primo giorno fosse stato creato un centro operativo sotto il suo controllo. Si ebbe l’impressione che ogni settore ( l’FSB, la 58° divisione dell’esercito, il Ministero degli Interni, etc.) formasse spontaneamente una propria struttura, senza nemmeno definire subito i luoghi della loro dislocazione, e tanto meno mettersi d’accordo sulla divisione dei compiti.

Solo il secondo giorno (!) all’incirca alle 14, fu nominato ufficialmente il capo del centro operativo. Ma anche dopo ciò, il comando del centro operativo ( o dei centri operativi) rimane in una posizione di attesa, senza prendere alcuna iniziativa o un piano di azione.

Viene predisposto, necessario in questi casi, il cordone sanitario formato dalle forze di polizia e dai soldati, tuttavia difficilmente si può considerare che fu di qualche utilità. Centinaia di genitori, famigliari e amici degli ostaggi, non avendo notizie aggiornate e attendibili su quanto stava accadendo, tentavano di avvicinarsi alla scuola, supplicando le forze dell’ordine, senza nemmeno pensare all’ipotesi di un assalto.

La prima notte passò in un clima di tensione. C’era una fitta pioggia che minacciava di  danneggiare le linee elettriche  e di provocare in questo modo una non intenzionale interruzione di corrente. I terroristi, temendo un assalto, minacciarono di far saltare la scuola nel caso venisse staccata la corrente elettrica. La minaccia di sparare a 20/50 ostaggi alla volta si diffuse sia all’interno della stessa scuola sia durante le trattative nel corso dei tre giorni.

I terroristi rifiutano le trattative dirette offerte da Roshal e da altri membri del centro operativo, chiedendo invece la presenza contemporanea delle 4 persone da loro indicate, e inoltre la fine della guerra in Cecenia, il ritiro delle truppe, l’inclusione della Cecenia nella CSI. Rifiutano anche qualunque tentativo di far partecipare alle trattative membri delle famiglie dei guerriglieri, gli anziani della Cecenia e dell’Inguscezia.

L’eccezione a questa rigida regola, fu la visita alla scuola di R. Aushev [2] ( il 2 settembre alle 15.30). il risultato fu la liberazione di 26 tra donne e bambini. I neonati erano in condizioni gravi, ma il numero degli ostaggi, anche senza i neonati, rimaneva elevato.

Alla fine del secondo giorno alle trattative coi terroristi non si era presentato nessuno degli ufficiali federali di alto livello, nelle cui competenze rientrava, anche se solo in modo parziale, la discussioni delle condizioni poste dai guerriglieri. Ormai convinti che nessuno fosse intenzionato a discutere le loro richieste, e che il tema delle trattative rimanesse soltanto  il cibo e l’acqua, la liberazione dei bambini più piccoli e degli anziani, il cosiddetto corridoio da Beslan alla Cecenia etc, i terroristi   induriscono le condizioni  del sequestro. Anche il permesso ( il terzo giorno) di portare via i corpi di alcune decine di cadaveri che si trovavano all’interno della scuola, viene dato dai terroristi, evidentemente, per terrorizzare la popolazione e rendere più disposti alle trattative i membri del centro operativo .

Non è difficile immaginare quale impressione potessero produrre su famigliari e parenti il camion dell’MCS carico di cadaveri.

L’ira dei terroristi, secondo le testimonianze delle vittime, fu causata anche dall’informazione relativa al numero degli ostaggi [3]. Inizialmente si parlava di 150-500 ostaggi. Il secondo giorno in modo strano si arrivò alla cifra di 354. Questo, secondo le affermazioni degli ex-ostaggi, fu una delle cause della sparatoria contro alcuni ostaggi di sesso maschile, i cui corpi furono lanciati provocatoriamente dalle finestre dell’aula di letterature al secondo piano. La mattina del giorno successivo dalla stessa finestra furono gettati altri 8 corpi. In tutto più di 20 cadaveri.

Non c’è alcun dubbio sul fatto che i membri del centro operativo sapessero il numero approssimativo degli ostaggi già dopo i primi contatti coi terroristi. Lo sapevano, ma non dissero la cifra reale. Conseguenza della loro incomprensibile perseveranza nel non riferire il numero reale è stata la fucilazione di circa una ventina di ostaggi gettati dalla finestra del secondo piano in modo provocatorio. In questo modo i terroristi volevano convincere le autorità della serietà delle loro intenzioni e spingerli a prendere in considerazione le loro richieste. Come ha dimostrato il successivo svolgersi dei fatti,  l’uccisione di una parte degli ostaggi non provocò l’effetto atteso. I membri del centro operativo non dimostrarono fermezza dopo che i terroristi, già dal primo giorno, avevano infranto la regola che vale in queste situazioni: conservare la vita degli ostaggi. Il fatto è che proprio la vita degli ostaggi è il valore della trattativa, e la sua perdita rende il dialogo tra i terroristi e le autorità privo di concretezza. I fatti di Beslan hanno creato due categorie di ostaggi: la prima ( gli uomini) venivano uccisi, mentre la sorte della seconda ( donne e soprattutto bambini) continuava ad essere l’argomento delle trattative. Accettando, tra le altre cose, anche questo  mostruoso metodo dei terroristi, le autorità, per i due giorni precedenti alla conclusione, in molto hanno predeterminato l’esito dello scontro, praticamente tradendo tutti gli ostaggi che si trovavano nella scuola. Certamente, si può ulteriormente affermare che l’iniziale scopo dei terroristi fosse quello di uccidere il maggior numero possibile di ostaggi.. Ma allora per quale motivo prendere in ostaggio una scuola, cercare per tre giorni contatti, nascondere i propri volti, e alla fine fare una lunga battaglia e morire loro stessi? Uccidere centinaia di persone lo hanno imparato a fare da tempo, e per mezzo di un telecomando.

Difficile anche essere d’accordo col fatto che il numero di ostaggi, in fondo, non avesse un significato fondamentale. ( Se in ostaggio ci fosse anche una sola persona, la sua vita sarebbe inestimabile). Anche i dilettanti sanno che il numero di ostaggi in un unico spazio ( la palestra) ha un significato fondamentale durante le possibile operazioni di salvataggio da parte della forze speciali.

Molti ritengono che un esito senza spargimento di sangue, fosse pienamente possibile, se alle trattative avessero portato Maskhadov [4].

Tutto considerato, questa variante fin dall’inizio sembrava difficilmente realizzabile per ben noti motivi politici. Nonostante questo, secondo quanto afferma Dzasochov, lui stesso lavorò a questa possibilità. Su un giornale russo comparve l’informazione che in una conversazione telefonica con i rappresentati parlamentari dell’Ossezia, Akmed Zakaev [5] disse che della reale situazione a Beslan era venuto a conoscenza parlando con Ausehv, cioè solo  28-30 ore dopo l’inizio del sequestro. La sua prima chiamata a Londra, Aushev la fece dal centro operativo verso le 15 del 2 settembre, comunicando a Zakaev il vero numero degli ostaggi. Entrando nella scuola Aushev si era convinto di ciò che gli aveva detto il centro operativo, dopo di che chiamò nuovamente Zakaev chiedendogli di far partecipare Maskhadov alle trattative. Dal pomeriggio del 2 settembre a mezzogiorno del 3 settembre Zakaev attraverso intermediari parlò con Maskhadov. Aushev evitò il contatto diretto con Maskhadov temendo che si ripetesse la storia di Dudaev [6]. Maskhadov diede la sua disponibilità a recarsi a Beslan, cosa per cui, come si espresse, “ bisogna creare le condizioni per un passaggio sicuro” In caso contrario, questo avrebbe potuto comportare molto tempo, senza parlare della reale minaccia alla sua vita. Zakaev dubitava della realizzazione pratica di un “corridoio” e propose la sua candidatura. Il 3 settembre, alle 12, comunicò queste informazioni a Dzasochov e gli chiese in quale aeroporto avrebbe potuto atterrare: Tbilisi, Mineralnje Vodi, Nal’chik, Beslan. Dzazochov lo ringraziò per la disponibilità di aiutare e gli chiese due ore per risolvere i problemi tecnici legati all’arrivo a Beslan di Maskhadov o Zakaev. Il successivo contatto tra Zakev e Dzasochov sarebbe dovuto avvenire verso le 14. Ma alle 13.03 e alle 13.05 risuonarono i primi scoppi. La storia degli ostaggi, durata 52 ore, arrivava al suo stadio sanguinoso.

Il fattore del tempo, come e’ stato chiarito alla fine, si e’ rivelato decisivo.

Perché nessuno dei membri del centro operativo tentò di mettersi in contatto con Zakaev già dal mattino del 1 settembre? Il fatto è che, giudicando i fatti sopra riportati, Maskhadov diede il suo consenso a recarsi a Beslan meno di 20 ore dopo la chiamata di Aushev.

Per fare un confronto ricordiamo che dal momento dell’inizio del sequestro della scuola alla prima chiamata a Zakaev a Londra passarono più di 24 ore. Quale è stata la causa di una tale strana inattività? Una risposta a queste domande non c’è ancora.

Come resta ancora senza risposta un’altra domanda: perchè il 3 settembre i fatti si sono volti verso un così tragico scenario?

Molti testimoni oculari, contemporaneamente al primo scoppio, videro una nuvola di fumo con una forma regolare sopra il tetto della palestra. Sarebbe potuta succedere una cosa del genere, se lo scoppio fosse avvenuto proprio all’interno palestra? Il fumo sarebbe comparso in questo caso sul tetto contemporaneamente oppure dopo qualche secondo? La nuvola di fumo avrebbe avuto una forma regolare? Inoltre, lo scoppio non avrebbe creato, visto che gli esplosivi erano legati insieme, tutta una serie di esplosioni sui muri e sul pavimento, ma in nessun modo sul tetto? Oppure nonostante tutto, i testimoni oculari si sbagliano?

Resta indubbia l’importanza di capire il percorso effettuato dai terroristi per arrivare a Beslan, il loro numero, il momento e le possibilità di portare nella scuola le armi e le munizioni. Ma, evidentemente, la domanda cruciale, senza una cui chiara risposta non si possono considerare esaurienti i risultati delle indagini su Beslan, è proprio questa: di che natura è stato il primo scoppio e chi l’ha provocato? Se sarà data una riposta a questa domanda lo dimostrerà il tempo.

Dopo i primi due scoppi il fuoco, secondo i racconti di molti ostaggi e secondo i dati riportati dai giornali, inizialmente  incendiò la parte del soffitto. Bruciando, il rivestimento fatto di  assi e plastica  cadde incendiò la sala e i corpi degli ostaggi. Verso le 13.30 circa si verificò il terzo e più violento scoppio, all’interno della palestra. Gli ostaggi avevano iniziato da soli a scappare dalla palestra già dopo il primo scoppio. I soccorritori, sia delle forze speciali sia singoli individui, non riuscirono subito ad avvicinarsi alla scuola, senza parlare di entrare nella palestra. Queste operazioni erano rese difficili dalle sparatorie e dall’incendio.  Fu questa la causa della morte degli ostaggi che in quel momento erano solo feriti, deboli o semplicemente spaventati.

I guerriglieri, mentre abbandonavano la palestra, arretrarono nell’edificio principale della scuola con gli ostaggi ancora in grado di muoversi. Ammassandosi nella mensa, nell’aula magna, nei corridoi e nelle aule di entrambi i piani, i guerriglieri per un’ora e mezza continuarono la sparatoria. Questo complicò l’operazione di evacuazione dei feriti dai bagni e dagli spogliatoi adiacenti alla palestra, per non parlare di quelli che ancora si trovavano dentro la palestra.

La prima macchina dei pompieri arrivò nel cortile circa un’ora dopo il primo scoppio. La sua cisterna era mezzo vuota. Gli equipaggi delle altre macchine che si trovavano nei cortili della case a 5 piani e in altri luoghi lontani dalla scuola, arrivarono ancora più tardi e pure male equipaggiati, lasciando che i civili  partecipassero allo spegnimento dell’incendio. Non avendo alcuna esperienza i volontari si sottoposero ad un pericolo mortale agendo i modo non professionale e poco efficace: invece di spegnere i corpi che bruciavano sul pavimento della palestra, su consiglio dei pompieri all’inizio versarono l’acqua sul soffitto e sul tetto che bruciavano.

Una tempestiva perizia balistica sulle ferite da arma da fuoco avrebbe potuto rispondere alla domanda sul tipo di ferite degli ostaggi, sulla causa della morte degli ostaggi, delle forze speciali e della altre persone che presero parte all’operazione. Perchè non fu eseguita? Perchè fin’ora non c’è una completa informazione sul modo in cui furono usati gli elicotteri, i carri armati e altre tecnologie speciali, inclusi gli “Shmel” [7]?

Il carattere delle distruzioni subite da entrambi i piani della parte orientale della scuola testimoniano il fatto che furono utilizzati dei mezzi notevolmente pesanti. Negli scantinati, che si trovavano sotto le macerie, furono trovate tracce della presenza dei guerriglieri e dello scontro con loro?

Finora manca anche una completa informazione sul modo e sul contenuto delle trattative avute coi guerriglieri, non c’è chiarezza sulla videocassetta che fu da loro data al centro operativo, non c’è un’obiettiva valutazione sulla prontezza del centro operativo  a realizzare delle varianti, sia che richiedessero, sia che non richiedessero, l’uso della forza,   per la liberazione degli ostaggi.

Nessuno mette in dubbio il principio per cui non bisogna eseguire le richieste dei terroristi. Ma perché le autorità federali, alle quali, in sostanza, furono rivolte le richieste dei terroristi, incaricarono di portare avanti le  trattative  i funzionari regionali e addirittura un pediatra?

 Il fatto è che era evidente che qualunque promessa fatta da dei funzionari locali, non rafforzata da garanzie da parte del Cremlino, non avrebbe potuto suscitare la fiducia dei terroristi, e quindi anche il promesso “corridoio di sicurezza”, difficilmente sarebbe potuto essere preso sul serio. Perché nessuno si è preoccupato di creare quantomeno l’illusione che il gruppo di terroristi veniva preso sul serio, e che le sue richieste venivano in quei frangenti discusse nei più alti uffici? Perché le trattative con i terroristi a Budionnovsk furono fatte dal primo ministro Cernomyrdin, a Kizlijar [8] su incarico di Mosca- furono svolte dal presidente del Consiglio Nazionale del Daghestan Magomedov, mentre a Beslan le trattative furono condotte dal responsabile del centro operativo, e solo il secondo giorno fu nominato il capo dell’FSB locale (osseto)?

Perché il capo dell’FSB della Federazione Russa N. Patrushev e il Ministro degli Interni non visitarono nemmeno Beslan? Chi erano queste “nuove importanti” figure pronte, secondo le parole di Dzasochov, a portare avanti le trattative? Ricordiamo che queste dichiarazione Dzasochov la fece il 2 settembre, già dopo che Aushev era stato incluso nelle trattative. Perché dopo un’indagine affrettata e superficiale, tutto il complesso scolastico già dal 4 settembre si trasformò in una specie di meta turistica? Centinaia di estranei hanno trovato molti oggetti, che non avrebbero potuto non interessare le indagini. Perché fu portato in una discarica  tutto ciò che fu trovato durante lo sgombero [9]? Perché a marzo è bruciata il palco dell’aula magna  della scuola, sotto la quale come si suppone, poteva esserci un nascondiglio con le armi [10]?

In ultima analisi, dichiarando tra i propri compiti quello di 1) organizzare le trattative coi terroristi, 2) informare le famiglie, i parenti e la stampa della situazione in tempo reale, 3) portare agli ostaggi cibo e aiuti medici, 4) mantenere in stato efficiente il servizio comunale – il centro operativo, evidentemente, non portò a termine nessuno di questi compiti. E il motivo principale di un tale fallimento fu la mancanza, tra i membri del centro operativo, di un ufficiale plenipotenziario incaricato specialmente, delegato a prendere decisioni indipendenti e anche l’incapacità degli ufficiali regionali di assumersi delle responsabilità

Note:

[1] Rispettivamente: A. Dzasochov, ex-presidente dell’Ossezia del Nord, M. Zjazikov, attuale presidente dell’Inguscezia, e L. Roshal, pediatra che prese parte alle trattative coi terroristi durante il sequestro al teatro Dubrovka di Mosca nell’ottobre 2002. Ricordiamo brevemente: il 23 ottobre 2002 un gruppo di terroristi ceceni  prese in ostaggio 916 persone, gli spettatori e gli attori del musical Nord-Ost, in scena al teatro Dubrovka di Mosca. Le richieste: la fine della guerra in Cecenia e il ritiro delle truppe federali dal paese. In seguito all’assalto delle forze speciali il teatro fu liberato. Le vittime: tutti i terroristi presenti nel teatro ( fu così persa la possibilità di scoprire come avevano fatto ad arrivare fino al centro della capitale) e 130 ostaggi morti a causa del gas chimico usato dalle forze speciali durante l’operazione di salvataggio.
[2] Ruslan Aushev, ex presidente dell’ Inguscezia.
[3] Per due giorni i canali televisivi ufficiali continuarono a parlare di circa 300 ostaggi, mentre alcuni siti internet incominciavano a ipotizzare cifre ben più alte. Al di là di questo, è facile pensare che gli abitanti di Beslan sapessero, anche approssimativamente, il numero di persone che si era recato nella scuola. Sicuramente sapevano se si trattava di qualche centinaia o di più di un migliaio.
[4] Aslan Maskaadov, presidente ceceno eletto nel 1997, ricercato come criminale e terrorista è stato ucciso l’8 marzo 2005 dai reparti speciali dell’esercito russo.
[5]
 A. Zakaev, emissario dell’assassinato presidente ceceno Maskhadov. Zakaev vive a Londra da quando la procura generale della Federazione Russa ha emesso un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti.
[6] 
Dudaev ex presidente ceceno. Dudaev venne ucciso nel 1996. Fu intercettato mentre parlava ad un telefonino satellitare e colpito da un missile russo
[7] Alcune settimane dopo l’assalto alla scuola di Beslan la Commissione Parlamentare guidata da Torshin ha ammesso  che durante i combattimenti le forze federali hanno fatto uso di lanciafiamme “Shmel’”, vietati dalla Convenzione di Ginevra.
[8]
 Attentato a  Budionnovsk : nel  giugno ’95 un centinaio di guerriglieri ceceni, comandati da Šamil Basaev occupò un ospedale a Budënnovsk, nel sud della Russia, prendendo in ostaggio sia il personale medico  sia i pazienti (oltre mille persone). Chiedevano la fine dei combattimenti in Cecenia, il ritiro dei soldati federali dal paese e l’amnistia per i combattenti ceceni. Dopo un primo assalto delle forze speciali antiguerriglia, conclusosi in modo infelice con la morte di molti ostaggi, la Duma condannò l’assalto all’ospedale e l’allora primo ministro Cernomyrdin decise di iniziare le trattative. Gli ostaggi vennero rilasciati, al commando ceceno venne dato un lasciapassare e in Cecenia si ebbe una sospensione delle operazioni militari e l’inizio di trattative.
Attentato a Kizlijar: nel gennaio 1996 fu messa a ferro e fuoco la città russa di Kizliar, dove un commando di terroristi ceceno aveva catturato circa 200 persone Il commando si era poi asserragliato nel villaggio di confine Pervomajskoe con gli ultimi 160 ostaggi. L´assedio dei russi andò avanti una settimana, ma il commando riuscì a scappare in Cecenia. L’esito fu di 78 vittime tra i civili,di cui metà uccise dai russi che bombardavano il villaggio con razzi multipli.
[9] A distanza di alcuni mesi dall’attentato alcuni abitanti trovarono in una discarica vicino a Beslan, le macerie portate via dalla scuola. In mezzo a queste macerie c’erano le cartelle, i vestiti, e anche resti umani. Fu inoltre trovato uno zaino contenente materiale esplosivo- probabilmente dei terroristi.
[10] Questa affermazione fa riferimento all’ipotesi, controversa e non confermata, che i terroristi avessero portato le armi nella scuola con molto tempo in anticipo. Secondo questa ipotesi le armi furono nascoste sotto il pavimento della scuola addirittura in estate, mentre si svolgevano dei lavori di ristrutturazione della scuola.

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