Il secondo conflitto russo-ceceno (1999/?)

Malgrado la pace firmata e la ritrovata libertà e indipendenza da parte della popolazione cecena, le bande criminali e mafiose, precedentemente ed ampiamente finanziate e armate dai russi con lo scopo di destabilizzare gli equilibri nella repubblica, sono ancora tutte in circolazione. Lo stanno a dimostrare tutta una serie di rapimenti (tra i casi più clamorosi quello organizzato dal gruppo di Salman Raduev, comandante riconosciuto come psicolabile tra i ceceni stessi, che rapì 22 soldati russi).
Riappare anche Shamil Basayev che, almeno in apparenza, vuole ritornare ad una vita civile riprendendo la sua carriera di venditore di computer. Basayev è ritenuto, da una parte della popolazione, una sorta di eroe nazionale. Impossibile, quindi, metterlo da parte. Nel gennaio 1997 si presenta infatti, assieme a Maskhadov ed altri, alle elezioni presidenziali.

Le elezioni presidenziali in Cecenia del 1997 sono un momento estremamente importante per capire il conflitto in corso. Tali elezioni infatti furono monitorate dagli osservatori internazionali (p.es. l’OSCE) e la loro validità fu unanimemente riconosciuta. La popolazione cecena fu chiamata non solo ad eleggere un proprio legittimo presidente ma anche ad esprimere una scelta precisa. Da una parte scegliere se promuovere una linea politica moderata che vedeva una Cecenia fondata sui valori della democrazia e della libertà come si proponeva Maskhadov, o dall’altra parte optare per la linea dura ed islamista del suo acerrimo avversario di sempre, cioè Basayev.
La risposta fu inequivocabile: Maskhadov vinse di gran lunga con il 60% dei voti lasciando Basayev al 23% e un10% per cento a Zelimkhan Iandarbiev, il presidente allora ad interim succeduto a Dudayev dopo la usa uccisione il 21 aprile 1996 (e che verrà eliminato sette anni dopo con un “omicidio mirato” da parte dei servizi segreti russi a Doha, nel Qatar). Pertanto, nel gennaio del 1997, Aslan Maskhadov diventò il legittimo presidente della repubblica cecena.
Nei mesi che vanno dalla firma dell’accordo di pace all’elezione di Maskhadov come presidente della Cecenia l’assetto politico e militare del paese si delinea chiaramente. Ogni fazione dell’esercito sfrutta a proprio beneficio l’assenza di una autorità in grado di mantenere il controllo della situazione, e in attesa delle elezioni presidenziali ognuno prende per sè tutto il potere che riesce a conquistare.
L’esercito si spacca in una moltitudine di piccole bande armate, che rappresentano gli interessi del proprio capobanda anzichè quelli della popolazione. In questa galassia di fazioni militari, nate dalla frammentazione dell’esercito, si possono distinguere tre componenti: gruppi moderati sinceramente indipendentisti, legati alla figura di Maskhadov, bande armate che nascondono dietro la lotta per l’indipendenza i loro traffici criminali e mafiosi (i cui proventi finiscono in gran parte a Mosca), milizie legate al fondamentalismo islamico e guidate da Shamil Basayev, Amir Khattab e altri leader.

Saranno proprio le componenti islamica e banditesca dell’esercito ad impedire la stabilizzazione della Cecenia, e a preparare il terreno di illegalità e violenza che Mosca ha “seminato” in seguito a suon di bombe. Il 27/1/97, quando Maskhadov viene eletto presidente della Cecenia, ormai i giochi sono fatti, le bande armate hanno già affermato il loro potere su tutto il territorio ceceno, e stabilito le loro rispettive zone di influenza.
Anche dopo la sua elezione Maskhadov può fare ben poco per modificare questi equilibri di forze, stretto tra le aspre critiche dei moderati, che gli rimproverano la sua mancanza di intransigenza contro le forze estremiste dell’esercito, e l’impraticabilità di uno scontro frontale contro queste forze.

Ufficialmente il risultato venne riconosciuto da Basayev, Iandarbiev e anche dai russi stessi. Ma purtroppo, dietro ai proclami ufficiali, si stava già tramando per distruggere la nuova repubblica. Non solo la società russa, ma evidentemente anche la coscienza collettiva cecena non era ancora pronta nel concepire forme di opposizione politica civile. Le frange più estremiste guidate da Basayev ed altre “teste calde” come Arbi Barayev che organizzò svariati rapimenti tra cui anche quello di personale straniero (e che era lo zio dei Mosvar Barayev il capo del gruppo d’assalto al teatro di Mosca), stavano infatti già accumulando armi e soldi per organizzare violente azioni terroristiche e criminali.

Mosca, che non vedeva l’ora di riscattare la pesante sconfitta subita nella prima guerra, non esitò un istante e non si fece scappare l’occasione: riesumò l’usuale politica di destabilizzazione di stile sovietico già adottata da Eltsin.
Di nuovo il rubinetto delle finanze per la ricostruzione della Cecenia venne chiuso, mentre si aprì quello che fece fluire ingenti quantità di denaro e armi nelle casse delle organizzazioni estremiste o mafiose e criminali. L’opposizione politica a Maskhadov venne organizzata a colpi di finanziamenti e mazzette distribuite agli esponenti politici del suo stesso governo e si susseguirono un’infinita serie di provocazioni molto probabilmente organizzate dietro alle quinte dai servizi segreti russi.
Che si trattasse di una politica ben mirata alla destabilizzazione politica, economica e sociale e orchestrata da forze occulte si deduce da vari elementi. Pare, per esempio, inspiegabile l’improvvisa disponibilità di ingenti quantità di denaro da parte dell’opposizione allo scopo di finanziare campagne denigratorie contro il governo al potere tramite TV, giornali e tutti i media. Stranissima è la coincidenza che nei rapimenti venivano presi di mira non più militari russi, ma ormai quasi esclusivamente i dipendenti, anche stranieri, che lavoravano agli impianti petroliferi, ovvero l’unica grande risorsa finanziaria su cui si sarebbe potuto ricostruire una repubblica economicamente autosufficiente. Incredibile è il silenzio del Cremlino sulle dichiarazioni scandalose di Iandarbiev che fa l’apologia delle azioni criminali di Raduev, mentre lancia invettive spietate e furibonde contro un Maskhadov che ha sempre preso le distanza da qualsiasi atto di terrorismo. Misteriosa è la decisione di Putin di liberare l’ex sindaco di Grozny, Bislan Gantemirov, che fu colto con le mani nel sacco nel rubare ingenti somme destinate alla ricostruzione della città e per finanziare l’opposizione di Maskhadov. E ancora più inspiegabile è l’atteggiamento di Mosca che, quando Maskhadov manda un suo rappresentante, Turpal Atgeriyev, per chiedere aiuto nel combattere la dilagante criminalità, non solo rifiuta ma perfino fa arrestare lo stesso Atgeriyev (il quale morirà poi in un carcere in Daghestan in circostanze misteriose).
A partire dalla firma dell’accordo di pace del 1996 gli interessi delle bande armate cecene si scontrano con quelli di Mosca, che vorrebbe affidare il controllo delle attività in Cecenia ai propri uomini di fiducia. Man mano che i gruppi militari ceceni diventano sempre più potenti, questo conflitto di interessi continua a inasprirsi.
Uno dei fattori che ha contribuito all’esplosione della violenza in Cecenia è proprio questa macroscopica “guerra tra gang” dove la posta in gioco nello scontro tra bandeè il controllo delle attività economiche e commerciali di una intera regione geografica. La popolazione civile è stata solo una pedina sacrificabile di questo scontro, schiacciata in mezzo a sporchi giochi di potere. In questa chiave di lettura i traffici illeciti delle fazioni estremiste dell’esercito ceceno hanno rappresentato un vero e proprio tradimento di quello spirito indipendentista che ha animato molti giovani guerriglieri nella guerra 1994/96, uno spirito strumentalizzato dai capibanda dei gruppi armati per raggiungere obiettivi che non hanno niente a che vedere con la libertà, l’indipendenza e la tutela della popolazione cecena. Questi assassini travestiti da partigiani non si sono fermati nemmeno davanti alla prospettiva di un nuovo e sanguinoso conflitto pur di salvaguardare a tutti i costi i propri interessi. Il protrarsi di una situazione di conflitto armato in Cecenia torna a tutto vantaggio di questi “signori della guerra”, che riescono a gestire con più facilità, i loro traffici, disponendo di un potere vessatorio che utilizzano a danno delle popolazioni inermi.

L’azione destabilizzante raggiunge l’effetto sperato. In questo clima politico che amplifica oltre misura le attività criminali, il moderato e democratico Maskhadov perde evidentemente il controllo e si butta in una politica di compromessi assai dubbia e compie una serie di errori imperdonabili (fra questi, sull’onda del sentimenti nazionalista, l’espulsione, in quel periodo, dal territorio ceceno di circa 250.000 russi: si trattò di una scelta che fece venire meno il know how essenziale al funzionamento dell’economia cecena, favorendo l’emergere di una classe di “imprenditori violenti” dotati di milizie personali, dediti al contrabbando di petrolio ed al traffico di armi e droga).
Nell’estate del 1998 le tensioni esplodono in una vera e propria battaglia tra le truppe regolari e i gruppi armati legati al fondamentalismo islamico. L’esercito regolare riesce ad avere la meglio e il presidente Maskhadov annuncia di voler imporre forti restrizioni sulle attività delle milizie estremiste, ma pochi giorni dopo viene ferito in un attentato dove perdono la vita le sue guardie del corpo.
Nella vana speranza di riuscire a riportare sotto controllo le frange più estremiste e convincerle ad azioni più moderate, Maskhadov accetta di fare entrare nel suo governo sia Iandarbiev che Basayev ed altri personaggi di dubbia moralità. Basayev chiede ben presto che venga dichiarata la legge islamica della sharia in tutta la repubblica, riducendo di fatto il potere del presidente e minacciando, in caso contrario, la crisi di governo. Di nuovo Maskhadov cede alle pressioni e si autodegrada nella speranza che questo possa calmare gli animi. Grazie a questa imperdonabile concessione di Maskhadov, Basayev forma un corpo di governo alternativo, la shura – il consiglio islamico – che chiede le dimissioni del presidente e del suo parlamento ed una nuova costituzione. Siamo nel marzo del 1999 e la Cecenia è nel caos, in mano alle bande terroristiche e criminali.

Il ministro degli interni russo Serghei Stepashin incomincia a parlare della necessità di “prendere misure estremamente rigorose per riportare la legge, l’ordine e la sicurezza” ed accusa Maskhadov, e non Basayev o Iandarbiev, di essere il responsabile delle attività criminali della regione.

Basayev, è ormai completamente fuori dal controllo di Maskhadov, e ritorna alle sue usuali attività belliche e terroristiche. Basayev è il classico “signore della guerra” a cui in realtà gli ideali, o l’indipendenza o il bene della propria nazione non interessano realmente. Non è nemmeno un sentimento anti-russo che lo muove. Basti ricordare infatti come partecipò nella guerra in Abkhazia assieme alle truppe dell’esercito dell’ex armata rossa.
Basayev sembra fare quasi più il gioco di Mosca, piuttosto che quello del movimento indipendentista ceceno. Un clima sociale così disastroso favorisce l’arruolamento di centinaia di giovani in gruppi islamici radicali promossi da “predicatori” spesso provenienti da Paesi arabi, che unitamente agli uomini di Basayev e del giordano Amir Khattab accarezzavano l’idea di trasformare la Cecenia in un “principato islamico”, esteso anche alla vicina repubblica autonoma del Daghestan.

Nell’agosto 1999 assieme al suo commilitone di origini saudite, Katthab, e ad un nutrito gruppo di 1200 uomini, organizza una clamorosa quanto inaspettata azione militare contro la vicina repubblica del Daghestan: un raid sul Daghestan fallimentare, insensato e provocatorio, compiuto all’insaputa e senza il consenso del Presidente Maskhadov.

Vale la pena a questo punto aprire una piccola parentesi sull’Islam in Cecenia.
Il fondamentalismo islamico è una potente benzina che in Cecenia alimenta costantemente il fuoco della violenza. In Cecenia e nel vicino Daghestan sono molte le organizzazioni politiche e i gruppi armati che fanno riferimento all’Islam; il gruppo fondamentalista che negli ultimi anni ha acquisito la più grande potenza economica e militare nella zona del Caucaso è quello degli “wahhabiti”, che devono il loro nome alla setta islamica puritana della penisola arabica fondata nel XVIII secolo dal predicatore Mohamad Ibn Abdelwahhab. I wahhabiti del 2000 sono dei gruppi armati che hanno tra i loro leader Shamil Basayev e Amir Khattab, due capi militari che dietro il loro fondamentalismo religioso nascondono interessi inconfessabili legati ad attività illecite. Khattab, dopo un periodo trascorso in Afghanistan, approda in Cecenia negli ultimi mesi della prima guerra, e inizia a reclutare il suo esercito personale di milizie islamiche, che al termine della guerra diventerà una delle fazioni più potenti delle forze armate.
Basayev inizia la sua carriera militare nel 1992, quando l’Abkhazia dà il via ad una guerra di indipendenza contro la Georgia. Dopo la guerra diventa addirittura vice-ministro della difesa di Abkhazia, presumibilmente grazie ad una collaborazione con il GRU (Glavnoe Rasvedivatelnoe Upravlenie), il servizio segreto militare russo. I rapporti tra Basayev e il Gru sono stati ampiamente documentati nella ricostruzione della guerra in Abkhazia fatta nel febbraio 2000 da Piotr Prianishinikov, sul settimanale “Versija”.
Le “relazioni pericolose” di Basayev includono anche esponenti di spicco del mondo dell’alta finanza di Mosca, come ad esempio Boris Berezovski, oggi in esilio a Londra, finanziere vicino alla famiglia Eltsin, che ha pubblicamente ammesso di aver elargito dei finanziamenti a Basayev per le sue attività. Basayev, Khattab e le loro milizie islamiche ricevono fondi dall’Afghanistan, dal Pakistan e da organizzazioni clandestine del medio oriente, ma altri finanziamenti ai gruppi armati wahhabiti arrivano anche da Mosca.
Basayev ha più volte invocato la “jihad”, la guerra santa islamica, come soluzione definitiva ai problemi della Cecenia e del Caucaso in generale, facendo leva sugli strati più deboli della popolazione. Molti giovani ceceni sono stati attratti dalle seduzioni del fondamentalismo islamico e hanno cercato nell’Islam, oltre al loro stipendio di soldati, quell’ordine, quella stabilità e quella sicurezza che non riuscivano a trovare altrove, senza sapere che i loro stessi comandanti avrebbero contribuito all’esplosione di una nuova guerra, strumentalizzando la loro aspirazione a migliori condizioni di vita e distruggendo il loro sogno di una società più giusta e pacifica retta dalla “sharia”, la legge islamica.

É importante chiarire che le truppe islamiche di Basayev e Khattab non sono affatto dei gruppi di partigiani che lottano per la libertà e l’indipendenza dei ceceni. Si tratta invece di una ristretta minoranza all’interno del paese, una minoranza purtroppo molto potente e ben armata, che non rappresenta assolutamente nè la popolazione della Cecenia nè l’esercito regolare, che si è trovato a dover combattere suo malgrado una guerra provocata da altri.

Come accennato, l’8 agosto 1999 Basayev e Khattab, alla testa del loro esercito, invadono la repubblica del Daghestan, cercando di instaurare uno “stato islamico” nei territori di frontiera tra Cecenia e Daghestan, un obiettivo che non ha nulla a che vedere con la tutela della popolazione cecena o con l’affermazione della sua indipendenza, ma che riguarda unicamente le mire espansionistiche e la sete di potere dei fondamentalisti islamici.
Dopo un primo tentativo, fallito per l’opposizione della popolazione locale all’invasione islamica, la “guerra santa” riparte a settembre, e anche il secondo tentativo fallisce miseramente.

È il pretesto per dare il via, da parte della Russia, al secondo conflitto ceceno: iI primo ottobre le truppe russe (già inviate a settembre al confine con la Cecenia con un effettivo di 30.000 soldati) entrano in Cecenia per dare il via, con il pretesto della “lotta al terrorismo”, ad un folle massacro di civili inermi.
Vengono bombardati accampamenti di guerriglieri e villaggi ceceni, e Grozny è di nuovo bombardata ( non accadeva dal ’96), fatto che ha provocato la fuga verso ovest di 20.000 profughi. Nel mese successivo le truppe federali russe avanzano verso la capitale dopo aver occupato ormai un terzo della Cecenia.

Il 2 novembre Mosca ha autorizzato una delegazione dell’OSCE ad esaminare le condizioni umanitarie e sei giorni dopo gli USA hanno accusato la Russia di attacchi conto la popolazione civile e di violazione delle convenzioni di Ginevra. Anche Amnesty International pubblica un rapporto sulla situazione in Cecenia, in cui si richiede “che il governo russo rispetti il diritto internazionale umanitario in materia di protezione di civili durante conflitti armati”.

Intanto il fronte si è spostato a Grozny. Boris Eltsin lancia un ultimatum agli abitanti di Grozny: hanno a disposizione cinque giorni di tempo per evacuare la città. Il 18 dicembre le truppe russe occupano un quartiere di Grozny per poi sferrare l’attacco finale (frenato però dalle strade minate dai guerriglieri). Una lunga serie di raid aerei riduce la città ad un cumulo di macerie. Durante i bombardamenti su Grozny, mentre migliaia di vittime civili vengono colpite senza pietà, l’Italia ratifica, con le leggi 398 e 397 del 1999, due accordi firmati nel 1996 in merito alla cooperazione militare con la Russia. Cadono anche Gudermes, Argun e Vedeno, ma parallelamente cambia la tattica dei ribelli: sacche di resistenza permangono infatti nei maggiori centri urbani (Grozny su tutti), e soprattutto nelle montagne a sud.

Il Daghestan diventa l’occasione per reinvadere in gran stile tutta la Cecenia. Una invasione premeditata per rivalersi della sconfitta della guerra precedente. Infatti Sergei Stephasin, uno dei più stretti collaboratori di Eltsin (primo ministro nel maggio 1999 e già capo del controspionaggio e ministro dell’Interno), ma licenziato dallo stesso per dissidi interni (il famoso impeachement che aveva portato alla luce il ruolo della cosiddetta “Famiglia” di Eltsin, coinvolta in alcuni famosi scandali finanziari) e desideroso di vendicarsi del torto subito, rivela che l’attacco contro la Cecenia era stato deciso già cinque mesi prima dello sconfinamento in Daghestan, ovvero nel marzo del 1999. Inoltre si verificarono di nuovo strane coincidenze. Le forze russe vennero ritirate dalla frontiera proprio pochi giorni prima dell’incursione, quasi come se si volesse aprire la strada a Basayev. Strano è anche quel comunicato ufficiale alla stampa dei servizi segreti francesi secondo cui Basayev e personaggi dello staff di Eltsin ed ufficiali dei servizi segreti russi si fossero incontrai in Francia per uno scambio di ingenti somme in denaro. Anche incomprensibile è la decisione dell’oligarca russo Berezovsky di finanziare Basayev poco prima dell’attacco con due milioni di dollari per costruire scuole per bambini ceceni, quando tutti sapevano benissimo chi fosse Basayev.

Se l’attacco al Daghestan fosse una mossa pianificata deliberatamente dai servizi russi forse non si saprà mai, ma certo è che, con la scusa di difendersi da uno sconfinamento di 1200 uomini, nei successivi anni, si avrà come risultato l’invasione dell’intera Cecenia, l’uccisione di altri 80.000 – 100.000 civili, la sparizione nelle fosse comuni di migliaia di innocenti, la riapertura dei campi di concentramento.

Ma una delle cause di questa seconda guerra in Cecenia è anche il controllo delle “vie del petrolio” nel Caucaso, una guerra con cui la Russia ha voluto rispondere all'”affronto geopolitico” rappresentato dalla recente costruzione di nuovi oleodotti che consentirebbero dei “percorsi alternativi” per il trasporto del greggio dal mar Caspio al Mediterraneo.
Il transito del petrolio e del gas naturale che viaggiano dal Caspio per raggiungere l’Europa e’ stato da sempre in mano alle grandi compagnie petrolifere della Russia, grazie al controllo dell’oleodotto che collega Baku, città situata in Azerbaigian sulle rive del Caspio, a Novorossijsk, che si affaccia sul mar Nero.
Fino a pochi mesi fa questa “pipeline”, rimessa in funzione nel novembre 1997 dopo un compromesso con le autorità cecene, era l’unica via di transito per il petrolio e il gas naturale, e garantiva alla Russia un monopolio di fatto nel settore energetico, che costituisce il 23% delle esportazioni e il 12% del prodotto interno lordo della federazione.
Il 17 aprile 1999 l’apertura di un nuovo oleodotto ha modificato radicalmente l’equilibrio geopolitico della zona, creando una nuova via di transito per le risorse energetiche, un percorso che attraversa territori autonomi al di fuori della Federazione, su cui la Russia non ha un controllo diretto. Questa nuova “pipeline”, che parte da Baku per raggiungere Supsa, porto della Georgia sulle rive del mar Nero, ha di fatto aperto una prima breccia nel monopolio russo. Oltre ad avere una valenza economica e geopolitica, questa nuova “via del petrolio” ha anche una forte valenza militare, poiché l’oleodotto Baku-Supsa rientra di fatto nel sistema di sicurezza Nato, grazie ad una alleanza militare regionale tra Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia, i cosiddetti “stati del GUAM”, dal nome delle iniziali dei paesi. Questi stati hanno richiesto una stretta cooperazione con la Nato, che ha accolto favorevolmente la proposta di un intervento nella zona per difendere il nuovo oleodotto, dal momento che i paesi dell’alleanza atlantica avrebbero tutto l’interesse ad estromettere la Federazione Russa dal giro di affari legato al transito del petrolio e del gas naturale.
L’oleodotto Baku-Supsa non e’ l’unica minaccia agli interessi della Russia nel settore energetico. Nel novembre 1999 Turchia, Azerbaigian e Georgia hanno annunciato la firma di un accordo per la costruzione di una “via turca” del petrolio, che in futuro dovrebbe collegare Baku al porto turco di Ceyhan, che affaccia direttamente sul mediterraneo. Anche questo oleodotto sarebbe automaticamente collocato nel sistema di sicurezza della Nato, e i consorzi che presiedono alla sua realizzazione hanno previsto investimenti per 7 miliardi di dollari.
L’elenco dei principali finanziatori del progetto comprende, oltre ai governi della Turchia e dell’Azerbaigian, anche Eni, Chevron, Shell e Unocal. Tra le cause del secondo conflitto in Cecenia c’e’ anche lo scontro tra gli interessi della Russia e quelli delle potenze occidentali che si sono unite agli stati del GUAM per il controllo del transito del petrolio.
(al proposito è doveroso riportare alcune osservazioni, quali quelle di Maurizio Blondet , sul ruolo degli Stati Uniti e della Cia e ad alcuni ONG con base a Washington, quale l’American Committee for Peace in Chechnya (ACPC), che dichiara di «promuovere una soluzione pacifica al conflitto russo – ceceno. Ne fanno parte parecchi neoconservatori dell’American Enterprise Institute (di Wolfowitz, Perle & Co.), della Freedom House (un think tank diretto da James Woolsey, ex direttore della CIA, che salutò l’invasione dell’Iraq come l’inizio della «quarta guerra mondiale»), personaggi di Radio Free Europe (il vecchio organo della CIA per la guerra psicologica contro i sovietici) e della RAND (un altro think tank delle fondazioni Rockefeller, Carnegie e Ford vicino al settore militare -industriale). E il presidente della ACPC è Zbigniew Brzezinski. Come consigliere della sicurezza nazionale di Jimmy Carter, Brzezinski è autore del progetto strategico di circondare al sud l’Unione Sovietica con una «mezzaluna verde» di Stati islamici fondamentalisti. Meglio dei regimi laici come quello dello scià di Persia, Brzezinski era convinto che l’integralismo islamico fosse una barriera all’espansione comunista.
E così mandò al potere in Iran l’ayatollah Khomeini; più tardi, con i servizi segreti pakistani (ISI), gli americani armarono i talebani per contrastare il regime, allora filo-sovietico, di Kabul. L’invasione russa in Afghanistan fu causata dalla necessità di spezzare la «mezzaluna verde» di Zbigniew Brzezinski. Si sa come andò a finire: anni di guerriglia, la formazione di Al Qaeda, ossia dei mujaheddin addestrati ed armati dalla CIA, l’estenuarsi delle forze sovietiche.
Lo ha raccontato lo stesso «Zbig» al settimanale franco-ebraico Nouvel Observateur il 15 gennaio 1998: «secondo la versione ufficiale, il sostegno della CIA ai mujaheddin cominciò nel 1980, ossia dopo che i sovietici invasero l’Afghanistan. Ma la realtà, rimasta segreta fino ad oggi, è completamente diversa: è stato l 3 luglio 1979 che il presidente Carter ha firmato la prima direttiva segreta per il sostegno segreto agli oppositori del regime filosovietico a Kabul. E quello stesso giorno io ho scritto una nota al presidente in cui gli spiegavo che questo sostegno avrebbe provocato l’intervento militare sovietico».
L’intervento di Mosca cominciò il 25 dicembre ’79.
Nei quattro anni seguenti, gli USA misero 4 miliardi di dollari nelle mani di alcuni dei più loschi e brutali personaggi del mondo, perché distruggessero il corpo di spedizione sovietico.
Il preferito della CIA fu Gulbuddin Hekmatyar, signore della guerra, grande trafficante d’oppio, la cui specialità era di sfigurare con l’acido solforico le donne che non si mettevano il burka.
Intanto il direttore della CIA William Casey finanziava un progetto del servizio pakistano ISI: reclutare nell’intero mondo musulmano volontari da arruolare nel jihad afghano.
Più di 10 mila militanti islamici furono così addestrati nelle arti del terrorismo urbano, a fabbricare auto-bombe e così via, in campi situati in Pakistan, ma forniti di addestratori dalla CIA, e dai britannici MI6 e SAS.
I loro capi furono addestrati direttamente dalla CIA a Camp Peary in Virginia.
Questa operazione, cominciata nel 1986, continuò molti anni dopo il ritiro dei sovietici da Kabul nel 1989: durò almeno fino al 1992.
Così furono formati i Talebani, così fu creata Al Qaeda e la leggenda del suo capo, Osama bin Laden.
Ancora nel 1989 la CIA spedì a bin Laden un arsenale di carabine di precisione ad alta potenza: lo ha appurato il processo per l’attentato di Al Qaeda all’ambasciata USA in Kenia nel ’98, che si tenne nei primi mesi del 2001.
Il fatto è che la CIA non se la sentì di smobilitare un così bell’esercito di terroristi.
Lo utilizzò invece in altre occasioni.
La NATO utilizzò Al Qaeda in Bosnia, dove i mujaheddin «afghani» vennero affiancati al piccolo esercito di Izetbegovic, il presidente musulmano assediato dai serbi a Sarajevo.
Bin Laden aveva campi d’addestramento a Tropoje e a Bajram Curi, ossia in Bosnia e in Albania; diede il suo «aiuto fraterno» alla Kossovo Liberation Army (KLA) foraggiata dagli USA, operò in Albania e in Macedonia.
Sempre per conto di Washington: che non voleva mandare truppe americane nell’ex Jugoslavia e perciò fece la guerra ai serbi per interposti mujaheddin.
Perché Washington, giustamente, ha sempre compreso il valore geopolitico dei Balcani.
E’ significativo che oggi Zbigniew Brzezinski chiami, nel suo ultimo saggio di geostrategia («The Grand Chessoboard»), «Balcani eurasiatici» la vasta aerea dell’ex impero sovietico che giace a sud della Russia, dal Mar Nero alla Cina e comprende la Georgia, la Cecenia, l’area del Caspio.
Zona «balcanica» perché pullula di etnie e gruppi religiosi minoritari e per lo più tradizionalmente ostili fra loro; «balcanica» per l’instabilità permanente che la tortura e per il difficile territorio adatto ad una guerriglia infinita; «balcanica» per la sua cruciale importanza geopolitica e mineraria. La Kabardino-Balkaria è appunto un concentrato «balcanico»: con due etnie musulmane mongolo-turcomanne (i balkari e i kabardini) un tempo deportate e angariate da Stalin, e una forte presenza etnica russa che con il crollo dell’URSS ha perso la sua egemonia locale, nel centro di un fitto reticolo di oleodotti e gasdotti.
«I Balcani eurasiatici hanno una enorme concentrazione di riserve di gas naturale e greggio», scrive Brzezinski (che è stato consulente strategico della Amoco), «e altri minerali fra cui l’oro». Perciò «è imperativo che non emerga nessun soggetto eurasiatico capace di dominare l’area e così di sfidare l’America».
Dunque è chiaro perché l’ACPC, l’American Committee for the Peace in Chechnya sia così ben finanziato dalle multinazionali USA: è alle materie prime che mirano e al dominio nei «Balcani eurasiatici».
Ed è chiaro che l’azione americana non mira a curare la balcanizzazione, ossia l’instabilità e il frazionamento caotico di quella zona, ma a renderla eterna.
Si tratta di agire strategicamente contro la Russia e contro Putin.
«Oggi una potenza non-eurasiatica predomina l’Eurasia», scrive Brzezinski, «e il primato globale dell’America dipende da quanto a lungo e con quanta efficacia tale preponderanza [di Mosca] sul continente eurasiatico si manterrà».
Ma allora ci si può chiedere perché Brzezinski è un avversario dichiarato dell’avventurismo di Bush e dei neocon in Iraq, Afghanistan, Tagikistan, Georgia e Uzbekistan.
Al punto da chiamarla «suicida» in un recente commento.
Il motivo lo spiega chiaramente nel suo «The Grand Chessboard»: «l’America è troppo democratica in casa per essere autocratica all’estero. Ciò limita l’uso della potenza americana, specialmente la sua capacità di intimidazione militare. Mai prima una democrazia populista ha conseguito la supremazia internazionale. Ma perseguire il potere [mondiale] non è uno scopo che suscita la passione popolare, a meno che non si produca una condizione di improvvisa minaccia al sentimento pubblico di benessere. Il sacrificio economico (ossia le spese della difesa) e il sacrificio umano (perdite anche fra soldati professionali) richiesti da tale sforzo sono contrari agli istinti democratici. La democrazia è nemica della mobilitazione imperiale».
Insomma, ecco chiarito il punto: le avventure militariste di Bush, sono per Brzezinski «suicide» e votate all’insuccesso perché Bush ha voluto impiegarvi direttamente l’esercito regolare USA; e il popolo americano non è capace di sostenere a lungo i sacrifici e gli sforzi richiesti dalla sua missione imperiale.
E’ un’obiezione non sui fini, ma sui mezzi usati.
I mezzi preferiti da Brzezinski sono quelli che hanno portato alla vittoria sui sovietici in Afghanistan, secondo il piano da lui delineato: la guerra per interposti mujaheddin.
Attraverso le pedine addestrate dall’ISI pakistano e dalla CIA, attraverso gli uomini di Al Qaeda, «patrimonio» dei servizi americani.
E difatti, diverse frange del «terrorismo islamico» che la Casa Bianca dichiara di voler combattere, in realtà sono sostenute e finanziate dagli USA.
E’ per questo che Brzezinski presiede l’American Committee per la Cecenia.
E’ noto che Shamil Basayev, il capo-terrorista ceceno autore del massacro di bambini a Beslan e dell’assalto a Nalchik, «è stato addestrato in campi finanziati dalla CIA in Afghanistan e in Pakistan» (così il professor Chossudovski di Globalresearch), e poi è stato guardia del corpo di alcuni oligarchi ebrei russi ostili a Putin; questo genere di contatti (e gli aiuti in denaro ed armi) pare che continuino.
Il 23 marzo 2005, i russi hanno ucciso il capobanda ceceno Rizvan Chitikov: gli hanno trovato addosso una carta verde, ossia un permesso di residenza permanente in USA.
Ha scritto l’agenzia MosNews: «il FSB (nuovo nome del KGB) sospetta che Chitikov abbia mantenuto legami con servizi di spionaggio stranieri e fosse egli stesso un agente della CIA». Deduzione elementare.
Così possiamo senza fatica capire perché Brzezinski presiede l’American Committee per «la pace in Cecenia» pagato dai miliardari e dalle loro multinazionali.
E perché questo Committee abbia applaudito (e brigato per far ottenere) l’asilo politico in USA di Ilias Akhmadov (un «ministro» del «governo in esilio» ceceno, ricercato da Mosca per terrorismo), facendogli avere anche una elargizione di denaro di fondi pubblici USA.
Queste sono le pedine di cui l’impero americano ha bisogno.
Ciò spiega anche l’apparente irrazionalità delle azioni dei ceceni e del loro capo Basayev.
Un massacro di scolari come quello di Beslan è politicamente assurdo, suicida per la legittimità della causa nazionale cecena.
L’attacco a Nalchik, anche se ha dimostrato la capacità dei terroristi ceceni di espandersi oltre la loro zona consueta, è un atto senza prospettive, che infatti s’è concluso con l’uccisione di tutti gli attaccanti; in due giorni, i corpi speciali russi hanno schiacciato l’aggressione.
Assurdo, irrazionale, senza sbocco per i ceceni; ma non nella logica di Brzezinski.
Per lui, come abbiamo visto, quello che conta è seminare il caos, destabilizzare in modo permanente i «Balcani Eurasiatici» e tenere sotto minaccia costante la presenza russa nell’area.
E’ questo che fanno i sedicenti «nazionalisti ceceni»: agli ordini non della loro «nazione», ma dei padroni che li pagano, li armano e li addestrano dal 1979, gli Stati Uniti.
Nella visione imperiale di Brzezinski, gli assurdi atti terroristici tipo Beslan acquistano senso; specie se i media americani, e quelli occidentali a loro servili, approfittano (come fanno) di ogni nuovo massacro ceceno per sostenere che Putin «non controlla la situazione», che è incapace di difendere i russi dal terrorismo, o per dichiarare ogni suo provvedimento d’ordine pubblico contro il terrorismo una violazione della democrazia in Russia.
Ma invece è Brzezinski, l’abbiamo visto, a pensare che in USA c’è «troppa democrazia interna», e che essa va limitata per «vincere la guerra al terrorismo» ossia per attuare il suo progetto imperiale.
Perché se davvero volessero catturare bin Laden e debellare Al Qaeda, gli americani non dovrebbero faticare troppo.
«Al Qaeda, la joint-venture ISI – CIA – NATO, è ben presente in Cecenia»; ha dischiarato Yossef Bodanski, direttore della «Task Force on Terrorism» del Congresso USA, «e la collaborazione [con i ceceni] va molto oltre la fornitura di armi e di esperienza».
Persino un giornale americano, moderato e al disopra di ogni sospetto, il Christian Science Monitor, ha parlato di una alleanza inter-operativa fra i ceceni di Basayev e Al Qaeda «che risale alla prima guerra cecena 1994-1996».
Allora Al Qaeda era chiaramente una carta in mano americana.
Qualcosa ci dice che lo è ancora, e ancora una volta contro Mosca).

Ritornando alla Cecenia, essa è, in questo scontro, un territorio di fondamentale importanza strategica, situato su uno degli snodi chiave della linea Baku-Novorossijsk, un punto di passaggio che la Russia non può permettersi assolutamente di perdere se vuole restare in gara per la supremazia nel settore energetico.
La prima risposta della Russia all’affronto geopolitico rappresentato dai nuovi oleodotti è stata questa campagna militare che ha sottomesso con la forza un “pezzo di oleodotto” che minacciava di andarsene per conto proprio. Un’altra risposta alle nuove rotte del petrolio che aggirano la Russia a sud sarà probabilmente il completamento di un nuovo oleodotto russo, la cui costruzione e’ iniziata nel maggio 1999, che trasporterà fino a Novorossijsk ilpetrolio estratto in Kazakistan sul lago Tenghiz.

Nel frattempo Vladimir Putin continuava la sua irresistibile ascesa al potere che si concluderà con l’incoronazione a presidente della Federazione Russa nelle elezioni del marzo del 2000. Prima di diventare presidente era stato a capo dei servizi segreti russi FSB (parte dell’ex KGB sovietico). Un Eltsin malato e che nel frattempo era rimasto pesantemente coinvolto in loschi affari di corruzione (l’affare Mabetex), ha bisogno di protezione e promette di sostenere Putin nella campagna elettorale se quest’ultimo gli garantisce l’immunità e una sontuosa dacia in cui passare la sua pensione una volta divenuto presidente. Putin non si fa scappare l’occasione, accetta e ottiene pertanto l’appoggio dell’uomo più potente della Russia.

Ma Putin ha bisogno anche di un qualche argomento forte per la sua campagna elettorale. Un argomento che possa fare leva sul sentimento nazionale. Così, la guerra in Cecenia diventa il trampolino di lancio dell’ex capo dei servizi segreti e il ristabilimento di quello che lui chiama “ordine” e “legge” in Cecenia è uno dei temi elettorali su cui punterà più di ogni altra cosa. Ma i sondaggi indicavano chiaramente che il popolo russo era assai restio nel continuare questa guerra. Solo degli eventi drammatici avrebbero potuto convincerli del contrario. E gli eventi che aiuteranno Putin a fare leva sui più bassi istinti xenofobi contro la comunità cecena anche all’interno della Russia, e dargli un nuovo slancio per continuare nello sforzo bellico, arrivarono puntuali.

Nel settembre del 1999 si verificano tre esplosioni in palazzi civili. Due a Mosca ed uno a Volgodonsk, nella regione di Rostov. Totale: 300 morti. Altri attentati si susseguono nella città di Volgodonsk, Buinaksk, Vladikavkaz. Gli attentati non furono mai rivendicati, ma le autorità russe, senza evidenze convincenti, non esitarono nel dichiararne la matrice cecena. Poco dopo un colpo di scena incredibile. Due agenti del FSB, l’organizzazione dove Putin era ancora capo pienamente in carica, vengono scoperti in flagrante, su segnalazione di cittadini che avvertono la polizia locale, nel posizionare ingenti quantitativi di esplosivo (l’hexogen) in un grande complesso abitativo a Ryazan. Una imbarazzata FSB si giustifica affermando che si trattava di “esercitazioni”. Da quel momento gli attentati si fermano ma rimangono avvolti nel mistero fino ad oggi. Questo fatto ha dato il via ad una interminabile sequenza di teorie del complotto (Anche se non si dispone ancora di prove incontrovertibili, esistono tuttavia alcuni elementi degni di essere presi in considerazione per capire meglio il collegamento tra gli atti terroristici dell’autunno ’99 e la guerra in Cecenia.
Il 29 ottobre ’99 David Satter, membro dello Hudson Institute e della Scuola di studi internazionali avanzati della John Hopkins University, in un articolo apparso sul “Washington Times” affermava che “via via che l’investigazione procede, la possibilità che le esplosioni siano state pianificate da elementi della leadership russa diventa più plausibile”. A gennaio del 2000 il giornale inglese “The Independent” ha pubblicato inoltre la confessione di Aleksei Galtin, un ufficiale del Gru secondo il quale il servizio segreto militare russo sarebbe coinvolto negli attentati terroristici dell’autunno ’99.
Un altro indizio inquietante è contenuto in un articolo di Giulietto Chiesa pubblicato su “la rivista del manifesto” nel numero di maggio 2000. Secondo la ricostruzione fatta da Chiesa tutti gli attentati dinamitardi sarebbero stati effettuati utilizzando exogene, un esplosivo impiegato dalle forze armate russe per la nuova generazione di proiettili d’artiglieria.
Gli investigatori hanno affermato che per ogni bomba era stata utilizzata una quantità di exogene variabile tra i 200 e i 300 chili. Oltre alle quattro esplosioni effettivamente avvenute, le autorità russe hanno dichiarato di aver scongiurato l’esplosione di altre cinque bombe. Risulta quindi che gli attentatori avrebbero utilizzato almeno 1800 chili di exogene, un esplosivo che in Russia si produce unicamente nella fabbrica di Perm, situata negli Urali.
Come abbia fatto un gruppo di terroristi ceceni a trafugare 18 quintali di esplosivo da una fabbrica top secret e a portare tranquillamente in giro per varie città della Russia tutto questo esplosivo, rimane tuttora un mistero).

Ma comunque stiano veramente le cose, il fatto è che questo non impedì a Putin di usare le stragi negli appartamenti per fare leva sull’odio xenofobo contro i ceceni. Si propone, così, come l’uomo forte, il nuovo presidente che avrebbe risolto il problema ceceno in pochi mesi. A pochi importava che nel frattempo le proprie forze armate stessero perpetrando crimini di guerra uccidendo migliaia di civili. Uno degli ultimi massacri ancora abbastanza bene documentati prima che si avviasse la censura generalizzata in Russia, fu quello del 21 ottobre del 1999 in cui un missile colpì il mercato di Grozny e uccise almeno un centinaio di persone. E ancora meno interessava che ci fossero già 120.000 profughi ceceni disperati che cercavano di mettersi in salvo.
La comunità internazionale continua a considerare Putin il “garante della stabilità e della democrazia” in Russia. Il silenzio dell’occidente sui crimini contro l’umanità compiuti in Cecenia è assordante e anzi viene accompagnato dall’annullamento del debito russo di 4.5 miliardi di dollari da parte dei G8 nel giugno 1999, fatto che indirettamente aiutò la prosecuzione della guerra in Cecenia.

Quando Putin, sull’onda dell’emotività popolare venne eletto presidente in nome della “lotta al terrorismo”, una delle prime cose che si premurò di fare fu quello di non ripetere gli errori commessi dal suo predecessore. Prima di tutto fa chiudere le frontiere della Cecenia agli osservatori o giornalisti indipendenti, ufficialmente per ragioni di “sicurezza”. In realtà perché non fossero documentate le atrocità commesse nella piccola repubblica secessionista. La censura è pressoché totale e il mondo rimane all’oscuro di che cosa sta succedendo veramente. La copertura dei mass media, sia di quelli occidentali che di quelli russi ancora parzialmente liberi, fu infatti una delle cause principali della sconfitta di Eltsin.

Putin incominciò ad esercitare una fortissima pressione sui media interni affinchè adottassero una sorta di auto-censura nei riguardi della guerra. L’opposizione viene praticamente messa a tacere e con essa i giornalisti, le persone ed i politici che si occupano della libertà di stampa e di opinione.

I russi che durante la guerra di Eltsin avevano un certo accesso alla verità sulla tragedia cecena ora sono tenuti all’oscuro di tutto quello che possa essere compromettente per la strategia del Cremlino. Al popolo russo non è più concesso di conoscere le reali dimensioni della guerra ed i costi che sta sopportando. Pochi sanno che sono morti tra i 20.000 e 30.000 soldati russi, un numero già equivalente a quelli periti durante il conflitto russo-afghano. Molti non sanno, e forse non vogliono nemmeno saperlo per un processo di rimozione collettiva, delle disumane violazioni dei diritti umani perpetrate. L’unica cosa su cui si è informati sono gli attentati dei terroristi ceceni.

Putin giunge alla presidenza quando la riconquista tecnica, in senso militare, della Cecenia è cosa ormai quasi fatta ed avviene attorno all’aprile del 2000. Ma sarà solo l’inizio di pesantissime perdite anche per i russi. La guerra regolare tra eserciti è finita, ma una intensa ed interminabile attività di combattimento tra forze speciali e guerriglieri continua senza tregua fino ai giorni nostri. Il presidente russo lascia infatti tutto in mano ai suoi fedelissimi dei servizi segreti, che per ovvie ragioni, conosce meglio di qualsiasi altra struttura governativa. In particolare l’FSB si occupa, sotto la direzione di Putin, della conduzione di una guerra “sporca” fatta di rastrellamenti indiscriminati nei villaggi ceceni dei presunti guerriglieri, di raid degli squadroni della morte che si moltiplicano e derubano e terrorizzano la popolazione civile e della pratica della tortura dei prigionieri e la loro “sparizione” che risulta sempre più regola piuttosto che eccezione. I campi di filtraggio, ovvero dei veri e propri campi di concentramento e che furono pesantemente criticati dalle organizzazioni umanitarie per i diritti umani, per continuare ad esistere in modo meno evidente (le centinaia di migliaia di rifugiati in Inguscezia riuscirono a darne notizie dettagliate, malgrado tutto) vengono allora trasformati nei cosiddetti “punti di filtraggio”. Si tratta di luoghi che vengono istituiti temporaneamente e dove le persone vengono interrogate… Una volta “filtrate” le persone, il punto di filtraggio viene smantellato per essere ricreato nei luoghi delle successive operazioni di “pulizia”, le cosidette “zachitzka”. Questa situazione rimane invariata sostanzialmente fino ad oggi.

Ma non meno selvagge si mostrano le azioni di risposta dei gruppi terroristici ceceni. Rapimenti, attentati ed una escalation di frange terroristiche sempre più radicalizzate si mostrano in tutta la sua ferocia.

Dal 31 marzo al 4 aprile 2000 Mary Robinson, alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, visita l’Inguscezia, il Daghestan e la Cecenia, e il 5 aprile, al termine della sua visita, presenta un rapporto dettagliato alla commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, in cui vengono descritte testimonianze oculari di omicidi di massa, bombardamenti di colonne di profughi ed altre palesi violazioni dei diritti umani compiute dalle milizie della Federazione russa. Nel rapporto vengono segnalate anche le violazioni dei diritti umani compiute dalle milizie cecene ai danni della popolazione civile durante l’invasione nel Daghestan.

Ogni mese decine di soldati russi (in gran parte giovani e privi di esperienza, mandati praticamente al macello) vengono uccisi dagli indipendentisti, meglio armatied equipaggiati, anche se di numero inferiore rispetto ai militari (quasi 100.000 uomini contrapposti a poche migliaia).

Nella primavera del 2002, con un sanguinario attentato a Kaspijsk, nel Daghestan, effettuato in occasione della cerimonia di commemorazione della vittoria sovietica sulla Germania nazista, la guerriglia cecena inaugurò una nuova e più virulenta strategia terroristica. In agosto un elicottero russo in procinto di atterrare in una base militare nei pressi di Grozny venne abbattuto da un missile lanciato da un comando guerrigliero ceceno; nell’attacco persero la vita 115 militari russi. L’offensiva della guerriglia proseguì in ottobre con il sequestro di oltre 750 spettatori nel teatro Dubrovka di Mosca, che si concluse con la morte di 48 dei 50 membri del commando ceceno (tra cui 18 vedove di guerra) e di oltre 120 ostaggi, uccisi dal gas utilizzato dalle truppe speciali russe. L’appello alla riapertura delle trattative rivolto a Mosca nel novembre 2002 dall’ex presidente Aslan Maskhadov, cadde nel vuoto.

Di fronte agli attacchi pressochè quotidiani, le autorità di Mosca e del nuovo governo ceceno filorusso, con sede a Grozny, tentano di nascondere la realtà dei fatti affermando continuamente che “le ostilità sono praticamente concluse” e che nella provincia è in atto un “processo di normalizzazione”.
Per tentare di offrire sostegno a questa tesi, nel 2003 Putin indice un referendum costituzionale sull’adozione del nuovo statuto (che avrebbe dovuto conferire una “larga autonomia” al governo locale). Secondo i dati ufficiali si recò alle urne l’85% degli elettori ceceni e di questi il 96% si dichiarò favorevole a restare nell’ambito della Federazione Russa. I risultati del referendum, boicottati dalla guerriglia e svoltisi in condizione di scarsa trasparenza, furono tuttavia ritenuti inattendibili anche dagli osservatori internazionali. Nello stesso anno si sono svolte delle elezioni presidenziali che hanno visto la vittoria dell’ex leader religioso islamico Akhmad Kadyrov; anche stavolta si è trattato di un voto pilotato dal Cremlino, preceduto da una campagna costellata da irregolarità, violenze ed intimidazioni verso gli altri candidati.

Purtroppo, nonostante i combattimenti non abbiano più raggiunto l’intensità del triennio 1999-2001, queste elezioni hanno comunque assunto il carattere di una farsa, e non hanno contribuito in alcun modo al miglioramento della tragica situazione dei civili. Per quanto il neo presidente, che ha mostrato in passato posizioni antirusse (dichiarò, nel 1995, guerra santa alla Federazione), non possa definirsi il candidato ideale per Mosca, i contrasti con gli altri due leader del movimento di resistenza – Maskhadov e Basayev – lo rendono comunque idoneo a fomentare ulteriori dissensi interni alla resistenza, costituendo un elemento di continuità con la politica voluta dal Cremino. Nelle intenzioni delle autorità russe, l’elezione di un Ceceno alla guida del paese dovrebbe contribuire al processo di stabilizzazione dell’intera regione. Il comportamento di Kadyrov tradisce tuttavia fin da subito le intenzioni di Mosca. L’incarico ottenuto gli permette di stabilire ai vertici del governo la sua rete di conoscenze, e la sua milizia – convertita in polizia di stato e guidata dal figlio ventisettenne Ramzan – si macchia presto di gravissimi episodi di quadrismo.

Questo nuovo assetto, non ferma, però, l’offensiva della guerriglia: nel febbraio 2004, con un attentato alla metropolitana di Mosca, la guerriglia cecena riporta il conflitto nel cuore della Russia. E si arriva al 9 maggio 2004 quando Kadyrov, vittima di una popolarità sempre più bassa, muore allo stadio assassinato da guerriglieri ceceni. La sua morte è seguita da una nuova ondata di violenze ed arbitri, e dall’intensificarsi di atti terroristici ad opera di una frammentata fazione di guerriglieri e combattenti, sempre più divisi fra “moderati” ed “integralisti”. A quanto pare, negli ultimi anni sarebbero sorte forti divisioni all’interno della componente dei ribelli, che secondo diversi osservatori si sarebbero approssimativamente distinti, appunto, in “moderati” ed “integralisti”; i primi, forse meno organizzati, opererebbero quasi esclusivamente per “vendicare gli eccidi commessi dai militari russi”; la seconda fazione, ben più temibile, si trova sotto le dirigenze di sanguinari e folli “signori della guerra” quali Basayev e Ruslan Gelayev.
Questi, connessi probabilmente col terrorismo internazionale (che convoglierebbe ingenti quantitativi di denaro nella regione per finanziare le attività armate), ma anche con la mafia, narcotraffico e contrabbando locale, starebbero creando una situazione di “guerra permanente” in Cecenia, con tutti i “benefici” derivati da questo fiorente business.
La strategia di Basayev, che evidentemente utilizza come puro pretesto le sofferenze della popolazione cecena, si sta concretizzando attraverso l’attuazione di sanguinosi attacchi terroristici in Cecenia, nella Russia meridionale e persino a Mosca, che hanno finora provocato centinaia di vittime civili; gli ultimi due anni sono stati costellati di esplosioni di camion-bomba contro gli edifici del governo filorusso, vedove di guerra che si fanno saltare in aria in mezzo alla folla, bombe sui treni e contro manifestazioni pubbliche; tuttavia, viste le precedenti esperienze, è difficile non pensare anche a “manipolazioni” russe.

Un’altra grave questione è che, sulla scia degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York, la Russia stia cercando di convincere l’opinione pubblica mondiale che in Cecenia “non si sta più combattendo una guerra, quanto piuttosto un’operazione antiterrorismo”: si fa insomma leva sulle connessioni esistenti tra i gruppi più radicali della guerriglia (dipendenti da Basayev) e reti fondamentaliste internazionali, fra cui il Wahabismo saudita, per nascondere le gravissime violazioni dei diritti umani commesse dalle forze regolari (questa nuova interpretazione costituisce di fatto, a detta di alcuni osservatori, una naturale ”contropartita” per la posizione neutrale assunta da Putin rispetto alla guerra voluta da Bush in Iraq).
Sin dall’inizio del conflitto, infatti, numerosissime organizzazioni umanitarie hanno denunciato la violenza delle truppe russe contro la popolazione, accusata di offrire sostegno ai ribelli: sono stati descritti innumerevoli episodi di rastrellamenti, massacri, esecuzioni sommarie, torture, sparizioni (che avvengono tuttora con una media di 80 al mese), rapine e sequestri a scopo di estorsione; si calcola che il numero delle vittime civili, dal 1999 ad oggi, sia compreso tra 80.000 e 100.000, mentre i profughi rifugiatisi nei precari campi di accoglienza delle regioni vicine sarebbero oltre 400.000.

Crimini simili sono stati anche attribuiti alla guerriglia, che si è talvolta resa responsabile di stragi di civili che avevano “collaborato con gli invasori”; ancora oggi gli omicidi di funzionari del governo filorusso, definiti “traditori nazionali”, rapimenti ed agguati a scopo di rapina sono all’ordine del giorno.
Questo sempre più drastico approccio in ambito militare è accompagnato da una crescente chiusura politica da parte di Mosca, che si rifiuta, pertanto, di trattare non solo con i ribelli di orientamento fondamentalista come Basayev, ma anche con il più “moderato” Maskhadov, ed il suo rappresentante diplomatico, Akhmed Zakayev, rifugiato a Londra.

Intanto la guerriglia cecena comincia a sconfinare. Il 23 giugno 2004, alle ore 23 , centinaia di guerriglieri pesantemente armati hanno varcato il confine ceceno mettendo a ferro e fuoco tutte le cittadine che si trovano lungo la strada che porta a Nazran, la capitale dell’Inguscezia. Compiendo una fulminea avanzata entrano in città, attaccano le caserme dell’esercito federale russo, le stazioni della polizia locale, le carceri in cui sono detenuti i guerriglieri ceceni e anche il ministero dell’Interno. Qui vengono uccisi il ministro, Abukar Kostoyev, il suo vice e due procuratori. I bilanci ufficiali delle prime ore parlano di almeno una settantina di morti tra le forze ingusce e di un imprecisato numero di vittime tra i civili e i guerriglieri. Questa offensiva è la prevedibile reazione dei ceceni e degli ingusci alle violenze e alle repressioni che da tempo Mosca, per mano del locale presidente inguscio Murat Zyazikov (suo fedelissimo e come lui ex agente del Kgb), aveva esteso all’Inguscezia.

Il 29 agosto 2004, in un clima di surreale tensione (la rete Internet del paese è stata tenuta sotto stretto controllo dai tecnici dei servizi federali, ed i confini sono rimasti chiusi per oltre quattro giorni per favorire l’affluenza alle urne) ed alla presenza di oltre 80.000 militari russi e 15.000 Omon (uomini delle forze speciali), si sono svolte in Cecenia le ultime elezioni presidenziali. L’improbabile vittoria di Alu Alkhanov, candidato caldeggiato da Mosca, con il 75% dei voti, costituisce un’ulteriore espressione della volontà politica e strategica della Federazione Russa nell’area, resa possibile dall’atteggiamento indifferente della comunità internazionale rispetto al conflitto.
Il primo settembre, nel giorno dell’inaugurazione dell’anno scolastico, un commando di terroristi fa irruzione nella scuola N° 1 di Beslan in Ossezia del nord, sequestrando circa 1.500 persone tra bambini, genitori, insegnanti. La vicenda si conclude drammaticamente il 3 settembre, quando nella scuola si accende un furioso scontro tra i sequestratori e le forze di polizia russe e ossete provocando oltre 300 morti e tantissimi feriti.

All’attacco alla scuola di Beslan, rivendicato da Shamil Basayev, seguì una nuova offensiva russa, rivolta a decapitare la leadership della resistenza cecena.

A febbraio 2005 Maskhadov dichiara un cessate il fuoco unilaterale (sostanzialmente rispettato dalla guerriglia) ribadendo la sua volontà di aprire un dialogo con il Cremlino, sottoposto in questo senso anche a una crescente pressione internazionale.

Nel marzo 2005 Aslan Maskhadov cade vittima di una imboscata di un commando dell’esercito russo.
A Maskhadov succede il più intransigente Abdul-Halim Sadulayev. Pochi mesi dopo, nell’agosto 2005, Sadulayev nomina Basayev vice primo ministro del governo clandestino indipendentista ceceno.

All’alba del 13 ottobre 2005 centinaia di terroristi organizzati in diversi commandos si lanciano alla conquista dei centri nevralgici di Nalchik del capoluogo della repubblica Kabardino-Balcaria: il ministero dell’interno, alcune stazioni di polizia, l’ufficio antidroga, il dipartimento contro l’estremismo religioso e l’ufficio federale per il servizio di sicurezza, cioè l’ex KGB. Diversamente da Nazran (Inguscezia), tuttavia, questa volta i terroristi hanno avuto la peggio, grazie anche alla ferma reazione del presidente russo Vladimir Putin che non ha esitato ad ordinare di “sparare a vista” contro i terroristi. Le fonti ufficiali hanno parlato prima di 150 terroristi impegnati sul campo, per poi ridimensionarne il numero a circa 50. Similmente è avvenuto per la stima delle vittime. In un primo momento le autorità pubbliche hanno dichiarato l’uccisione di circa 50 terroristi, poi fatti scendere a 20, cui sono da aggiungere altri 20 morti tra soldati e civili. Tra i terroristi rimasti sul campo, diverse fonti attestano anche Anzor Astemirov, leader del gruppo radicale islamico Jamath Yarmuk.
Tutto fa pensare che i ribelli abbiano preparato quest’ultimo attacco del 13 ottobre in risposta alle recenti operazioni di “repulisti” delle forze armate.

L’azione è stata rivendicata il 17 ottobre, come quella del dicembre 2004, nel sito web Kavkaz Tsentr, ancora una volta dal leader indipendentista ceceno Shamil Basayev, come per l’attacco al teatro Dubrovka di Mosca e a Beslan. Secondo le dichiarazioni di Basayev, di cui non è stato possibile verificare l’autenticità, l’operazione è stata condotta dell’emiro Seifullakh e compiuta da 217 militanti.

Il 29 ottobre si è aperta la campagna elettorale in Cecenia e si concluderà il 27 novembre, giorno delle elezioni. Il numero dei candidati che concorrono per i 58 posti al Parlamento sono 357. ceceni chiamati a votare sono 600,000, organizzati in 429 circoscrizioni elettorali.

Continua l’argomento…

 

 

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