Il primo conflitto russo-ceceno (1994/1996)

Nel 1989 crolla e si dissolve l’Unione Sovietica; inizia l’era della “Perestroika” e della “Glasnost” di Gorbacev e si affacciano concrete possibilità per una reale democratizzazione e per l’avvio di riforme in senso liberale. Un breve periodo che durò qualche anno intorno alla metà degli anni ’90.
Il 23 novembre 1990 iniziano in Cecenia i lavori di una conferenza nazionale. La conferenza si svolge nella capitale cecena, Grozny, dove si riunisce un gruppo di delegati in rappresentanza di tutti i gruppi etnici della Cecenia. Al termine dell’incontro, il 25 novembre del 1990, i delegati della conferenza proclamano la separazione della Cecenia dall’Unione Sovietica, con una “dichiarazione di indipendenza e sovranità” ratificata all’unanimità dal parlamento della repubblica cecena il 27 novembre dello stesso anno.

Nel 1991 la Russia, costretta dall’incalzare degli eventi della storia e dalla pressante richiesta di sovranità da parte delle differenti etnie e repubbliche, decreta la propria sovranità, ovvero la fine dell’Unione Sovietica. Si forma pertanto una Russia sovrana e le altre repubbliche ne rimangono federate andando a costituire la “Federazione Russa”. Dopo il tentativo del colpo di stato a Mosca del 19 agosto 1991, quindici delle repubbliche federate dichiarano l’indipendenza (Paesi Baltici, Georgia, Ucraina, Bielorussia, ecc). Sono le cosiddette repubbliche “esterne”, e ad esse viene concessa l’autodeterminazione. Le altre, quelle “interne”, come p.es. il Daghestan, l’Inguscezia e la Cecenia stessa (che chiede l’indipendenza da secoli), condividono il triste destino di trovarsi nel perimetro interno. Hanno il diritto di chiamarsi “repubbliche autonome” e, grazie ad una politica di “federalismo asimmetrico” voluta da Eltsin, ottengono anche un certo grado di sovranità. Sempre e solo, però, all’interno della Federazione Russa. La distinzione tra repubbliche “esterne” ed “interne”, è stato uno dei punti fermi da cui Eltsin non ha mai voluto recedere. La Russia doveva e deve restare “una e indivisibile”.

Come è facile intuire dal percorso storico fin qui ricostruito, tale assunto non poteva essere accettato dai Ceceni. Dzhokhar Dudayev, figlio della diaspora cecena ed ex- comandante in una base aerea del Baltico (dove era venuto a contatto col nazionalismo lituano), fondò il Consiglio nazionale, un movimento indipendentista e, nell’agosto 1991 grazie ad un colpo di stato, prese il potere a Grozny al comando di un gruppo di nazionalisti armati rovesciando il governo filo russo del ceceno Doku Zavgayev. Dopo aver indetto un referendum (27 ottobre 1991) per ufficializzare la sua presa di potere (referendum che registrò la sua schiacciante vittoria con l’85% e la sua elezione a Presidente della repubblica) e per ratificare la dichiarazione di indipendenza del novembre 1990, il 28 ottobre dichiarò l’indipendenza della Cecenia-Inguscezia. Il 2 novembre il parlamento sovietico dichiarò illegale l’elezione di Dudayev
Eltsin si oppose con lo stato d’emergenza (8 marzo 1992), Dudayev rispose dichiarando lo stato di guerra della sua nazione contro la Russia e minacciò di ricorrere al terrorismo in tutto il territorio russo (contava infatti sulla diaspora cecena, forte soprattutto a Mosca). Lanciò un appello di solidarietà a tutto l’Islam ed agli altri popoli caucasici, richiesta che venne accolta dai georgiani che, seppure cristiani, rifornirono i ceceni di armi. La causa cecena si fece propaganda con un dirottamento di un aereo di linea russo. Tra il 31 ottobre e il 5 novembre 1992 nel Prigorodnij Rajon, la provincia inguscia contesa assegnata da Stalin all’ Ossezia del nord, si verificò uno scontro armato tra osseti e ingusci, che ha avuto come esito la morte di 546 civili. Lo scontro viene oggi classificato come uno dei numerosi conflitti etno-politici esplosi poco dopo il crollo dell’URSS che, come altri conflitti del genere, non ha mai avuto una soluzione politica. Nel corso degli anni non è stato raggiunto un compromesso tra le parti, lasciando la situazione in una fase latente.
La durezza di Eltsin con la questione caucasica si scontrava, però, con la posizione moderata dei democratici russi: l’11 dicembre il parlamento russo annullò lo stato d’emergenza ed invitò il governo a trovare una soluzione politica.
Il giorno 8 dicembre la Russia, l’Ucraina e la Bielorussia dichiararono estinta l’Unione Sovietica, ma alle repubbliche interne non fu consentita l’indipendenza. Nonostante gli appelli di Dudayev, nessuna delle piccole repubbliche ciscaucasiche tentò la rivolta, si verificò addirittura la separazione consensuale dalla Cecenia dell’Inguscezia, che preferiva aderire al nuovo trattato federativo russo.
Alla mezzanotte del 31 dicembre 1992 l’Unione Sovietica si scioglie ufficialmente. Il 13 marzo 1993 viene firmato il trattato che stabilisce la nascita della Repubblica Federale Russa. La Cecenia rifiuta l’appartenenza alla federazione russa e decide di non firmare il trattato.
Dudayev diede vita intanto ad un’istituzione, la Confederazione dei popoli del Caucaso del nord, che appoggiava la liberazione dell’Abkhasia dai georgiani. Il 2 aprile 1993 Dudayev sciolse il parlamento, accentrando tutto il potere nelle sue mani. Si cercò di promuovere un referendum per dare ai ceceni la possibilità di esprimersi sul “potere unico” del presidente, ma Dudayev stroncò sul nascere il tentativo del referendum con l’intervento dei carri armati. Nei mesi seguenti la tensione in Cecenia crebbe notevolmente con una escalation di violenza fra le forze fedeli al presidente Dudayev e quelle contrarie al suo potere. Eltsin attuò frattanto un ferreo blocco economico sulla piccola repubblica secessionista, paralizzandone l’economia: 400.000 residenti russi tornarono in patria, in Cecenia ne restarono solo 60.000. Ma quello che risulterà essere la sua arma più micidiale fu l’attività, neppure tanto nascosta, di finanziamento ed armamento delle bande, mafie ed organizzazioni criminali cecene che infestavano la repubblica secessionista. I servizi segreti lavorarono alacremente per creare il caos che dovrà fornire l’alibi per un intervento militare.

Queste operazioni di destabilizzazione avranno un facile gioco in una società come quella cecena che, come abbiamo visto, non è coesa e compatta, ed è pesantemente minacciata dai dissidi interni, dall’esistenza di cosche mafiose e organizzazioni criminali difficilmente controllabili. Nell’aprile del 1993, Dudayev, dopo duri scontri con l’opposizione e con le finanze statali alla bancarotta e dissestate, fedele al proprio stile autoritario ed estremista, dichiara lo stato d’emergenza, decreta il coprifuoco e impone la censura.

Lo stesso Eltsin si trova in una situazione simile e risponde come Dudayev: quando la Duma (il parlamento russo, tra l’altro presieduto da un ceceno collaborazionista, Ruslan Khasbulatov), il 21 settembre del 1993 si ribella e ne vota la destituzione. Eltsin risponde espugnando a cannonate il parlamento (140 morti), indice nuove elezioni e fa approvare una nuova costituzione che gli conferisce ampi poteri (Khasbulatov e l’ex vice presidente Rutskoj furono liberati nel febbraio 1994 ed amnistiati dalla nuova Duma).
La costituzione adottata dalla Federazione Russa nel 1993, con un referendum definito truccato da molti osservatori, ha fatto da cornice legale ad un potere autoritario e centralistico, concentrando tutti i poteri nelle mani del presidente. In base a questa costituzione l’attività del Parlamento è fortemente condizionata dalla minaccia permanente di un possibile scioglimento da parte del presidente, e la stabilità del governo, anch’esso nominato direttamente dal presidente, è direttamente proporzionale alla sua docilità.

Il forte accentramento dei poteri nelle mani dell’entourage presidenziale è stato il terreno fertile in cui si sono sviluppati la corruzione e il malgoverno di questa “democrazia di carta”, dove i diritti dei cittadini sono perfettamente tutelati sulle carte dei documenti ufficiali, ma allo stesso tempo questi diritti faticano a trovare una realizzazione pratica da parte delle istituzioni. Ai diritti di carta non corrispondono dei diritti concreti, applicati nella vita quotidiana delle persone a tutela dei cittadini. 
Un’altra delle conseguenze di questa politica centralista e accentratrice è stata la “privatizzazione” dell’economia, intesa come gestione privata e personalistica da parte del presidente delle attività economiche del Paese, una gestione spesso mirata alla conquista di benefici personali o all’accrescimento del potere politico.
Interi settori dell’economia e del commercio interno ed estero sono stati concessi a gruppi locali di potere distribuiti su base territoriale, in cambio del loro appoggio politico. Nella regione del Caucaso questo sistema di gestione delle attività economiche ha fatto sì che i vertici del Cremlino, in cambio del sostegno al loro potere, chiudessero un occhio sulle attività illecite dei clan locali, che in virtù del loro appoggio politico potevano liberamente spartirsi le attività economiche più redditizie (banche, petrolio, armi, droga, caviale, alcol, tabacco). Questo “patto dannato” tra i notabili di Mosca e i gruppi di potere locali ha provocato una progressiva perdita di potere e autorità delle istituzioni federali e locali, che diventavano sempre più incapaci di imporre l’effettiva applicazione delle leggi.
A fare le spese di questa illegalità diffusa sono stati soprattutto gli strati più deboli della popolazione, esclusi dal colossale giro di affari che legava il mondo politico ai gruppi di potere locali. L’assenza di ordine e di controllo, la mancanza di legalità e il banditismo diffuso hanno portato nel breve periodo dei benefici economici per una parte ristretta della popolazione legata ai traffici dei clan locali, ma nel lungo periodo questa “assenza di stato” e di giustizia ha inasprito le tensioni economiche e sociali, esponendo i giovani alle tentazioni del nazionalismo o dell’integralismo islamico, che per molte persone rappresentano tuttora una delle poche risposte concrete al crescente disagio sociale e al bisogno di stabilità.
Va sottolineato che il fenomeno del banditismo, l’affermarsi della legge del più forte al di sopra delle leggi federali, l’aumento della delinquenza e dei traffici illeciti non sono fenomeni ristretti alla sola Cecenia o al Caucaso, ma sono ormai un male diffuso in tutto il territorio della Federazione, un male che in Caucaso e in Cecenia si è purtroppo espresso in forma cronica.

Nel 1994 un oppositore del leader ceceno, Avturkhanov, occupò il distretto di Nadterecnyj e, con l’aiuto dell’aeronautica russa, sferrò l’attacco a Grozny. Le truppe di Dudayev respinsero agevolmente l’attacco e ad Eltsin non rimase che l’invasione della repubblica ribelle.

L’11 dicembre 1994, una spedizione di 20.000 uomini appoggiati da forze corazzate e dell’aviazione militare invase la Cecenia. Il Cremlino non aveva alcuna intenzione di perdere la Cecenia, con i suoi giacimenti di petrolio e gas naturale, e la sua strategica posizione per il controllo delle rotte dell’”oro nero” nel Caucaso. Inoltre, secondo gli strateghi russi, l’indipendenza avrebbe potuto innescare volontà separatiste analoghe in altre repubbliche islamiche confinanti o dell’Asia centrale. Un taglio netto del cordone ombelicale che legava la Cecenia alla Russia avrebbe potuto scatenare una reazione a catena, alimentando le velleità separatiste di territori islamici come il Tatarstan, il Bashkortostan e il Daghestan, o di zone buddiste come la Kalmukkia e la Burjatia.

Le truppe, contrariamente ai pronostici, si imbatterono in una strenua resistenza. La Confederazione dei popoli del Caucaso del nord, pur ribadendo la volontà di non secessione, si riunì per condannare l’invasione russa come ingiustificabile e colonne di volontari nord-caucasici si radunarono ai confini ceceni per ostacolare le truppe russe, tentativo che non riuscì per via del blocco effettuato dalla Georgia a favore dei russi. I ceceni contrattaccarono a diverse riprese, mentre l’opinione pubblica russa protestava per l’aggressione ed i crimini di guerra di cui si macchiavano le truppe russe e a favore della Cecenia si schierarono compatti i paesi musulmani ed alcune repubbliche interne. Nonostante la schiacciante superiorità militare, la quasi totale distruzione di Grozny spacciata come “operazione di polizia”, la morte nei primi tre mesi di 20.000 civili, un flusso migratorio di 30.000 profughi verso il Daghestan, la resistenza cecena non si spezzò. A prezzo di enormi perdite, Eltsin riuscì a far occupare Grozny il 19 gennaio del 1995, ormai rasa al suolo dai continui bombardamenti e ne conquista il palazzo presidenziale.

Washington e la comunità Europea si affrettarono a dichiarare che il problema ceceno era un “problema interno alla Federazione Russa”; non solo: finanziarono indirettamente le operazioni belliche del Cremlino attraverso una donazione del fondo monetario internazionale di ben 6.8 miliardi di dollari. Si stima che grosso modo coincidesse con la cifra che probabilmente il Cremlino dovette spendere per la prima guerra.

Nel maggio 1995 l’ex armata rossa, forte di questi nuovi finanziamenti, trasformò la guerra d’invasione in una operazione che molti osano definire un vero e proprio “genocidio”. Furono istituiti campi di concentramento, i cosiddetti “campi di filtraggio”, dove furono internati 20.000 ceceni e dove la pratica della tortura e delle uccisioni furono all’ordine del giorno. Gli squadroni della morte, tipicamente riconoscibili per il fatto di andare in giro mascherati e senza segni di riconoscimento che possano fare risalire alla loro identità, scorazzavano per la Cecenia e terrorizzavano la popolazione civile. Vennero ritrovate fosse comuni e non si contarono le “sparizioni” di civili. Alla fine si conteranno tra le 80.000 e le 100.000 vittime tra i civili (su una popolazione di un milione di abitanti, ovverosia l’ l’8%-10%), trecentomila profughi e quasi l’intera repubblica cecena rasa al suolo casa per casa. Nel giugno del 1995 le truppe di Eltsin avevano riconquistato quasi tutta la Cecenia e praticamente sbaragliato la resistenza.

La resistenza cecena sembrava ad un passo dalla sconfitta definitiva, ma il 14 giugno un convoglio armato di un centinaio di guerriglieri, comandato da Shamil Basayev (che ha appena avuto l’intera famiglia annientata da un bombardamento russo ed è braccato dalle truppe russe), giunse a Budennovsk, nella provincia russa di Stavropol, dove tenne in ostaggio in un ospedale duemila fra infermieri, medici e pazienti. Approfittando della situazione, alzò la posta in gioco non limitandosi ad usare l’ospedale solamente come scudo civile, ma chiedendo il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia.
Tre giorni dopo, il maldestro tentativo delle truppe speciali d’assalto russe, che riuscirono ad espugnare solo il primo piano dell’edificio, provocò un centinaio di vittime innocenti. Il primo ministro Chernomyrdin decise allora di trattare: i guerriglieri rilasciarono gli ostaggi e raggiunsero indisturbati la Cecenia.

Proprio in questo frangente il governo russo dimostrò tutta la sua debolezza cedendo proprio l’unica volta che forse non avrebbe dovuto: davanti ad estremisti incalliti. E Basayev, da allora, si convinse che proprio il terrorismo era la carta da continuare a giocare anche in futuro. E così fece.

Eltsin ne uscì piuttosto malconcio e si vide costretto ad occuparsi di ben altro: rimettere in sesto la sua stessa immagine di fronte all’opinione pubblica. Iniziarono così subito il 22 giugno 1995 le trattative tra russi e ceceni. Ma altri attacchi terroristici e schermaglie più o meno cruente continuarono e bloccarono il processo di pace (fra cui la ripresa dei bombardamenti su Grozny e Samachi). In particolare va ricordato una delle poche azioni militari russe “chirurgicamente” riuscite quando, nell’aprile del 1996, venne intercettata una telefonata satellitare di Dudayev, le forze federali lanciarono un missile capace di individuarne il segnale. Dudaev venne eliminato e con lui una politica oltranzista e difficile da conciliare con delle trattative di pace.

Poterono così farsi avanti le forze moderate. Primo tra tutti Aslan Maskhadov, il comandante delle forze regolari cecene e Aleksander Lebed, un generale russo in pensione che sempre si era opposto all’intervento in Cecenia.

Eltsin intanto era costretto a fare i conti con i media che documentavano tutti i giorni gli altissimi costi della guerra per tutta la società russa, e con l’imminenza delle elezioni presidenziali previste per la fine di luglio del 1996. Decise, pertanto, di presentarsi ufficialmente in pubblico con dei rappresentanti ceceni con cui avrebbe dovuto aprire delle trattative. La sua campagna elettorale si incentrò sulla minaccia che al suo posto si sarebbe restaurato il comunismo in Russia e sulla promessa di pace in Cecenia. Argomenti che convinsero l’elettorato russo a riconfermarlo presidente, e che gli garantirono il rispetto del mondo occidentale (Eltsin superò di misura il candidato comunista Ghennadi Ziuganov). Ma una decina di giorni dopo la riconferma, Eltsin annulla tutti i colloqui di pace e incomincia immediatamente nuove operazioni militari, ordinando perfino la cattura degli stessi con cui aveva trattato poche settimane prima, Maskhadov incluso.

Mentre l’occidente è ancora intento a congratularsi con il nuovo presidente, si scatena di nuovo l’inferno non solo in Cecenia, ma anche a Mosca. Si verificano atti di terrorismo e attentati rimasti assolutamente oscuri e misteriosi fino ad oggi, in particolare una esplosione nella metropolitana moscovita che uccide quattro persone e ne ferisce una dozzina. Nessuno saprà dire se questi attentati, mai rivendicati, fossero veramente di matrice cecena. Sta di fatto che sicuramente riuscirono a indebolire l’opposizione di Eltsin e quella parte del fronte ceceno disponibile ad una soluzione politica, fornendogli un solido alibi ed una giustificazione per continuare una guerra ormai assai impopolare.
Il 6 agosto del 1996, 1500 soldati ceceni sotto i comandi di Maskhadov, riuscirono a liberare Grozny, pattugliata da 12.000 militari russi. I russi non accettarono lo smacco e si ripresero Grozny a costi altissimi e intollerabili: 2.000 civili e oltre 600 militari russi persero la vita e si formò una incontrollabile marea di 220.000 profughi. L’episodio, però, sancì de facto la vittoria della Cecenia.
Il mondo vide il tutto quasi in diretta ed Eltsin dovette accettare questa realtà vedendosi così costretto ad affidare al generale Lebed i pieni poteri per le trattative con Maskahdov. Si giunse così ai famosi accordi di Khasaviurt del 31 agosto 1996: Mosca riconobbe la sovranità della Cecenia in seno alla federazione Russa e si impegnò a ritirare le sue truppe; l’accordo lasciò tuttavia in sospeso la questione dello status definitivo della repubblica. Il testo firmato da Lebed e Maskhadov prevedeva semplicemente un periodo di 5 anni per definire lo statuto della Cecenia. Ma le posizioni delle due parti in conflitto restarono inconciliabili: Mosca, in pratica, continuava a non riconoscere la sovranità della Cecenia e gli indipendentisti, in virtù del parziale successo militare contro le truppe della federazione russa, erano sempre più decisi nei loro propositi di distacco dalla Federazione.
L’accordo di pace pone fine al primo sanguinoso conflitto fra la cecenia e la Federazione russa, una guerra durata 21 mesi e pagata con la vita di più del 10% della popolazione cecena e di circa 70.000 soldati russi.

Pian piano in Cecenia ritornò la pace, le truppe russe si ritirarono e infine lo status d’indipendenza della repubblica caucasica, ora chiamata repubblica di Ichkeria, venne formalmente riconosciuto tanto che a Mosca si aprì perfino una ambasciata cecena.
Ma i fatti successivamente mostreranno che si trattò esclusivamente di un riconoscimento momentaneo che potesse permettere alle forze russe di riprendersi e riorganizzarsi per rispondere all’umiliante sconfitta.

Continua l’argomento…

 

 

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